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Lo sviluppo economico del secondo dopoguerra è stato caratterizzato da un approccio lineare, imperniato sulla produzione di massa, standardizzata, per fare budget sempre più ampi, e profitti altrettanto cospicui. E’ un modello poco efficiente, basato sull’utilizzo massiccio di energia e materie prime, assolutamente incurante del suo impatto sull’ambiente. Un modello dissipativo, fortemente deresponsabilizzato riguardo i costi sociali e ambientali, incurante del futuro.

Il concetto di circolarità si è imposto nell’ultimo biennio grazie all’intervento della scienza e all’incattivirsi della natura proprio nelle aree più sviluppate del pianeta, quelle più responsabili dei danni ambientali, ma precedentemente lontane dall’aggressione dei disastri climatici.

A fronte di questi, e della evidente riduzione di alcune fattori, materie prime e beni primari come acqua e aria pulita, ha preso piede una maggior consapevolezza che ha fatto del riuso e del riciclo l’approccio virtuoso. Ci si è concentrati sulla ricerca di circolarità nelle filiere integrate, interconnesse e interdisciplinari, come le ha definite Catia Bastioli, CEO di Novamont, protagonista di un altro ambito contiguo, quello della bioeconomia.