Economia

La fine del né, né, né

Le vicende drammatiche di questi ultimi due mesi, l'aggressione russa all'ucraina e il ravvivarsi di venti di guerra che credevamo sopiti, impongono una riflessione sulle cause e sui limiti che contraddistinguono le nostre scelte

I tre anni che abbiamo alle spalle hanno scosso molte certezze maturate dall’inizio del nuovo millennio.
Si comincia a discutere della fine della globalizzazione, o perlomeno di una riconfigurazione degli assetti mondiali usciti dall’inizio degli anni ’90.
La geopolitica entra sempre di più nelle riflessioni sui destini dell’economia.

In effetti, due anni e più di pandemia avevano già evidenziato la necessità di alcune revisioni. L’esternalizzazione di alcune filiere, produzioni sanitarie e farmaceutiche, catene logistiche e energetiche, si sono dimostrate troppo azzardate e a rischio in casi di eventi emergenziali. C’è stato perciò un ripensamento e si è cominciato a parlare di accorciamento delle catene del valore, avvalorato da una crisi logistica alimentata da cause diverse, e di rimpatrio o reshoring di alcune produzioni. La presa d’atto dell’improrogabilità dell’intervento sulla transizione energetica (COP 26) ha aggiunto urgenze alla necessità di cambiamento.

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